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Esperienza teatrale ... perchè?
Una domanda che faccio spesso ai bambini, prima di incominciare un laboratorio teatrale finalizzato alla messa in scena di uno spettacolo, è: “Perché vi piace salire sul palcoscenico? O meglio, perché gli attori salgono su un palcoscenico?”. A questa domanda i bambini ( e non solo loro ) hanno serie difficoltà a rispondere.
Immediatamente fanno riferimento ai modelli televisivi visto che per la maggior parte di loro l’esperienza della visione di uno spettacolo in teatro non c’è mai stata.
Qualcuno risponde “per far vedere come siamo bravi” qualche altro “per far ridere”, altri più prudentemente “perché ci divertiamo” qualcuno addirittura “per far soldi”.
Sembrerebbe che fare teatro sia uno spazio dove mettersi in mostra o competere con gli altri o ddirittura rendersi ridicoli solo per far ridere a tutti i costi o “per far soldi!”.
Questa immagine distorta di teatro o più in generale di spettacolo viene certamente e colpevolmente propagandata da una televisione logorroica sempre più attenta alla quantità degli spettatori che alla qualità delle trasmissioni e che ha fagocitato qualsiasi altro spazio teatrale monopolizzando l’idea di spettacolo. Diventa, quindi, davvero difficile controbattere alle risposte dei bambini, perché effettivamente lo spettacolo di oggi si rivela essere proprio come lo vedono loro: esibizionismo, competizione, arrivismo, stupidità, avidità e, non per ultima, ignoranza.
Eppure la risposta alla mia domanda è semplicissima: si sale sul palcoscenico per dire qualcosa agli altri. Fare teatro è sentire l’esigenza di comunicare qualcosa di importante ad un pubblico. In questa risposta c’è tutta l’importanza di un’arte che nasce insieme con l’uomo (praticamente più di qualche decina di secoli prima della TV) e dalla quale tutti (ma spesso se ne guardano bene dal dirlo) hanno attinti idee, tecniche ed esperienze.
Dire qualcosa di importante agli altri usando tutti i linguaggi che l’uomo ha a disposizione per comunicare. E’ questa la straordinaria peculiarità del teatro, raccontare storie, far vivere emozioni attraverso il linguaggio delle immagini, dei colori, dei suoni, dei movimenti oltre che delle parole. E tutti questi linguaggi si trasformano a loro volta in arte diventando pittura, musica, danza, poesia. Uno sforzo artistico enorme che si ritrova anche nel più piccolo spettacolo, anche in una breve rappresentazione messa in scena nella scuola. Ecco che i bambini scoprono che fare teatro non è protagonismo, ma altruismo perché si lavora per offrire agli altri la possibilità di comprendere nel miglior modo possibile i contenuti di quella determinata storia che così tanto ci ha entusiasmato. Altruismo perché si lavora insieme per raggiungere un obiettivo comune: la buona riuscita dello spettacolo.
Si crea un gruppo dove ci si aiuta a vicenda per superare l’esaltante ma sempre emozionante “prima” dello spettacolo. Ed ecco che tutto diventa divertente, tutto giustificato, tutto assume un significato più alto che non è il “far ridere per far ridere” ma il “far ridere per far capire”, che non è il “far vedere quanto sono bravo”, ma “rispettare la sensibilità del pubblico con le proprie capacità artistiche e comunicative”, che non è “far soldi” ma “fare arte”. Ecco come “il teatro nella scuola” che parte da questi presupposti diventa veramente una esperienza culturalmente importante, offrendo ai bambini uno spazio di socializzazione autentico e, dando la giusta chiave di interpretazione di tanto spettacolo (troppo spesso insulso) che viene proposto o propagandato come adatto a loro ma che non ha mai “qualcosa di importante da dire”.
Roby Annese
   
 
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